Cassazione civile, sez. lavoro n. 13692/2015

Con questa interessantissima sentenza la Corte di Cassazione ha affermato che il licenziamento intimato alla lavoratrice dall’inizio del periodo di gestazione fino al compimento di un anno di età del bambino in violazione dell’art. 2, secondo comma, legge n. 1204 del 1971, è affetto da nullità, a seguito della pronuncia della corte Cost. n. 61 del 1991.

Ciò comporta che il licenziamento eventualmente intimato è privo di effetti, con la conseguenza che il rapporto deve giuridicamente pendente e il datore di lavoro inadempiente va condannato a riammettere la lavoratrice in servizio ed a pagare tutti i danni derivanti dall’inadempimento, in ragione del mancato guadagno.

Per la Cassazione quindi, il termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento previsto dall’art. 6 della legge n. 604 del 1966 deroga al principio generale – desumibile dagli artt. 1421 e 1422 c.c. – secondo i quali, salvo diverse disposizioni di legge, la nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse e l’azione per farla dichiarare non è soggetta a prescrizione.

Ne consegue che, sotto questo profilo, la disposizione di cui all’art. 6 legge 604 del 1966 è da considerarsi di carattere eccezionale e non è perciò applicabile, neanche in via analogica, ad ipotesi di

nullità del licenziamento

che non rientrino nella previsione della citata legge n. 604 del 1966.

E’pertanto da escludersi che il suddetto termine di sessanta giorni per l’impugnativa sia applicabile ai licenziamenti previsti dall’art. 1 legge n. 7 del 1963 (sul divieto di licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio) e dall’art. 2 legge n. 1204 del 1971 (sulla tutela delle lavoratrici madri), ai quali vanno invece applicati i principi generali di cui agli artt. 1421 e 1422 cod. civ.